Sintesi
Lo spettacolo prende vita dal susseguirsi di tre opere classiche, Oblomov di Ivan Goncarov, Otello di William Shakespeare, Orfeo di Jean Cocteau, in cui si intrecciano le vite di personaggi presi da se stessi, chiusi all’interno dei propri labirinti psicologici, ciascuno proiettato in un film personale dal quale non sa e non può uscire.

Locandina-Intreccimperfetti-webOblomov di Ivan Goncarov, romanzo russo di fine 800 nel quale si descrive l’infinita pigrizia dell’omonimo protagonista. Questo eroe della poltrona, stanco e insensibile ai rumori della vita, giace dormendo e sognando, impiegando solo centocinquanta pagine per alzarsi. Dice un proverbio russo: «Svestimi, toglimi le scarpe, mettimi a dormire, coprimi, rimboccami le coperte, fammi il segno della croce, che poi, sta’ tranquillo, ad addormentarmi ci penso io»… è il senso dell’opera, questa mescolanza di pigrizia e bontà. La sua pigrizia come una malattia che lui non vuole guarire. Nessuno potrà farlo cambiare né l’amico Stolz né la serva Zachar che vedendone la purezza dell’animo tentano di aiutarlo. Indifferente a ogni attualità, indolentemente, Oblomov langue nella nostalgia di un paradiso perduto e subisce l’eterno conflitto tra ideale e reale evocando un sereno angoletto, un rifugio per vivere una felicità ignota ad altri.

Otello di William Shakespeare, tragedia che regala una profonda analisi di alcuni sentimenti che tormentano l’animo umano: la gelosia, l’amore, l’odio, il razzismo, l’invidia e che sfociano nella pazzia. Otello è un valoroso generale al servizio della repubblica di Venezia che sceglie Cassio anziché Iago come suo luogotenente. Geloso del suo successo e invidioso di Cassio, Iago trama la caduta di Otello presumendo il tradimento della moglie Desdemona. Un fazzoletto giunto nelle mani sbagliate, la potenza del dubbio, le false reticenze di Cassio raccontate da Iago alimentano la convinzione del tradimento. La furia cieca del Moro di Venezia sfocerà prima nell’uccisione della moglie poi nel suicidio, appena appresa la verità. Una tragedia che ci accompagna nel teatro della vita dove ciascuno ha un’ombra che, velenosa e persuasiva, reclama lo scettro del comando: anziché lasciar soffiare i venti del caos e aspettare il sorgere della luce annerisce il cuore e la mente.

Orfeo di Jean Cocteau, mito greco che racconta dell’omonimo cantore della Tracia, che dell’arte incarna i valori eterni, creatore di versi che affascinavano anche gli animali ma lo distraevano dalla moglie Euridice. La Morte gliela tolse. Lui usò il suo canto, discese negli Inferi per ricondurla nel mondo dei vivi a condizione di non guardarla. Ma la guardò per un non si sa quale misterioso motivo… Della complessa storia di Orfeo, Cocteau orchestra tutti i temi del mito: l’interrogazione sulla poesia e la creazione artistica, il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della morte, l’immortalità, il libero arbitrio. Forze misteriose si agitano nell’animo umano, si affrontano, lo accompagnano con la tragica frivolezza del doppio in un’attenta definizione dello spazio ove i personaggi si muovono e interagiscono.

I protagonisti non riescono a cambiare il loro copione anche se elementi di realtà, nel loro quotidiano, cercano di destrutturare, correggere, sviare la loro rigida posizione emotiva esistenziale. Impossibilitati ad avere una capacità di modulare il proprio comportamento nel qui e ora su dati di realtà se ne discostano sempre più, fino alla pazzia, all’annichilimento di ogni facoltà e virtù, a sprofondare nel vizio e nella solitudine, all’abbrutimento dell’essere che perde il presente dietro la fantasia. L’ascolto e la modulazione del comportamento vengono ostacolati da un’eccessiva reazione a fatti contingenti che generano in loro pensieri, emozioni ossessive e compulsive, che favoriscono la costruzione di un mondo immaginario sganciato dalla possibilità di rivedere le cose in un altro modo. Identificato totalmente con i propri fantasmi, le forti passioni, deliri o forme maniacali, l’uomo si perde e fa di sè la maschera di un burattino che non ha saputo trasformare il piombo in oro.

Regia Gianluca Bondi
libero adattamento da
Oblomov di Ivan Goncarov
Otello di William Shakespeare
Orfeo di Jean Cocteau
Con Serena Borelli, Massimiliano Graziuso, Olek Mincer, Fabio Pasquini.

Franco Brilli autore delle fotografie

Note di regia


Tre opere classiche si intrecciano, come le vite dei loro personaggi chiusi nei propri labirinti psicologici e legati a situazioni relazionali in cui il rapporto tra maschile e femminile, tra reale e immaginario gioca un ruolo privilegiato nelle scelte che dovranno compiere. Oggetti, costumi, musiche, luci segnaleranno il passaggio da una scena all’altra mentre gli attori, sempre presenti sul palco, si spoglieranno di un’identità per indossarne altre. Il fil rouge si muove sottile e visibile sulla scena avvolgendosi attorno a temi quali la presenza e l’assenza, l’intenzione e l’azione, il contatto e il distacco. Corde così sensibili che possono portare l’uomo a confondere i confini tra vero e immaginario, ideale e reale, verosimile e assurdo. Identificati totalmente con le proprie paure, le forti passioni, i personaggi si perdono e fanno di loro stessi la maschera di coloro che nell’arco della propria esistenza non hanno saputo trasformare il piombo in oro.
Gianluca Bondi

Scheda Tecnica


Durata: 1 ora e 10 minuti
Dimensioni palco: 7 m di larghezza x 7 m di profondità (con possibilità di adattamento).
Allestimento: sarà necessaria la disponibilità dello spazio almeno 6 ore prima della rappresentazione.
Potenza Elettrica: 12 KW
Luci: Consolle luci minimo 12 canali (con possibilità di adattamento);
n.15 proiettori da 1000 W o 500 W (in base alle dimensioni dello spazio) muniti di bandiere;
gelatine varie;
dimmer 12 canali.
Audio: 1 piastra cd, mixer, impianto sufficiente in proporzione alla sala (2 casse spia sul palco)

Promo dello spettacolo "Intrecci imperfetti"